Ducati Superla 532
C’era una volta una vecchia radio, dimenticata per lunghi anni in una buia, umida e polverosa cantina. Il fato volle che un giorno, un principe la ritrovasse e decidesse di riportarla all’originale splendore. Potrebbe iniziare così, un po’ come una favola questo articolo, dedicato al recupero di un vecchio radio ricevitore dei primi anni ‘40.
Le radio a valvole sono un affascinante pezzo di storia della tecnologia. Sono state prodotte per decenni, a partire dai primi anni del 1900 fino agli anni ‘60 e offrono un suono caldo e ricco che è difficile ritrovare nelle radio moderne. Il loro restauro è spesso un progetto gratificante e divertente che può dare la soddisfazione di riportare in vita un pezzo di storia.
Passaggi per il restauro di una radio a valvole
Identificare marca, modello e reperire informazioni
Quando si affronta un recupero di un vecchio apparecchio elettronico è buona cosa reperire quante più informazioni possibili: fotografie, schemi, manuali. Queste informazioni saranno di prezioso aiuto sia per la riparazione della parte elettronica sia per ridare un aspetto quanto più originale all’apparecchio.
Normalmente marca e modello sono stampigliati sul retro, sul telaio o sulla sua copertura. Nel caso non fossero più presenti o non leggibili, un buon criterio di partenza può essere la serie di valvole impiegate che spesso inquadra perlomeno il periodo di costruzione. Ci sono poi molti forum, siti e libri che possono aiutare ad identificare l’apparecchio. Non ultimo, un aiuto può arrivare dalla ricerca per immagini di Google™, scattando una o più foto e confrontandole con quelle sul web.
Vediamo quali informazioni ho ad esempio reperito relativamente alla radio oggetto di questo articolo, una bella Ducati Superla modello 532 gentilmente messa nelle mie mani da una cara amica.
Note storiche:
Molto prima che il marchio Ducati divenisse noto per la produzione di motociclette, portò grandi innovazioni nel mondo della radio, ottenendo numerosi brevetti e producendo componenti e dispositivi che ebbero un enorme successo nel mondo. Adriano Cavalieri Ducati, giovane ingegnere italiano, ricercatore delle onde e dello studio del mezzo radio, riuscì nel 1924 a inviare segnali radio dalla sua casa di Bologna agli Stati Uniti con un trasmettitore da lui stesso progettato.
Approfittando del successo dei suoi esperimenti e dell'imminente nascita dell'industria radiofonica, il padre di Adriano, Antonio Ducati insieme agli altri figli Bruno e Marcello, propose di fondare un'azienda. Il 4 luglio 1926 nacque così la Società Scientifica Radio Brevetti Ducati, dedita alla produzione di componenti industriali basati sui diversi brevetti che Adriano Ducati stava già sperimentando.
Uno dei primi prodotti da loro realizzati fu il condensatore per apparecchi radio Ducati "Manens", che ebbe grande successo presso i principali costruttori di radioricevitori per la sua grande affidabilità.
La scelta del nome non fu casuale, infatti "Manens" in latino significa "permanente, durevole". Nel 1935 iniziò la costruzione dello stabilimento di Borgo Panigale a Bologna, un progetto molto moderno e ambizioso che diede luogo ad un polo industriale e tecnologico. L’evolversi della seconda guerra mondiale colpì gli stabilimenti che furono bombardati dagli alleati e rasi al suolo.
Descrizione caratteristiche salienti
Il radioricevitore in analisi è uno dei più significativi prodotti a Borgo Panigale nel 1940-2, secondo il progetto personale di Marcello Ducati. L'altoparlante è situato nella parte superiore in modo che il suono abbia una migliore diffusione. La distribuzione dei componenti interni è diversa dal resto della produzione a causa delle forme del mobile e del posizionamento dell'altoparlante. Il tempo dimostrò poi che non era il sistema migliore di posizionare l'altoparlante in quanto la polvere e l'umidità che si depositavano sulla membrana la deterioravano velocemente.
Questo ricevitore originale ha dimensioni di 44 cm di larghezza, 33 cm di profondità e 32 cm di altezza. Può essere alimentato con corrente alternata 125V- 160-220 volt. Come consuetudine del periodo, ha tre gamme d'onda: onde molto corte, onde corte e onde medie (mancano in effetti le onde lunghe), è dotato di un circuito supereterodina con le seguenti cinque valvole: 5Y3G, 6V6G, 6B8G, 6K7G, 6A8G.
Schema elettrico
Lo schema della Superla 532 è identico a quello dei modelli 3404 e 3405 Fono. Nell’immagine sotto è possibile vederlo con la grafica e simbologia originale dell’epoca.
Lo schema è quanto di più tradizionale per l’epoca. All’ingresso troviamo un preselettore per le tre gamme d’onda che alimenta la terza griglia della valvola convertitrice 6A8G. Detto esodo, impiega le prime due griglie per realizzare l’oscillatore locale che viene iniettato nella quarta griglia. Sulla placca troveremo quindi il prodotto del segnale in ingresso con quello dell’oscillatore. MF è il primo trasformatore di media frequenza: di fatto costituito da due circuiti risonanti blandamente accoppiati. Il segnale così filtrato passa per lo stadio di amplificazione a frequenza intermedia realizzato con il pentodo 6K7G. Segue un altro filtro di media frequenza e poi il segnale entra in uno dei diodi della valvola 6B8G per essere rivelato. L’altro diodo è impiegato per realizzare la funzione di controllo automatico del guadagno: tanto più forte è la stazione ricevuta (e quindi ampio il segnale sul diodo) tanto maggiore sarà la tensione raddrizzata che produrrà. Detta tensione (negativa) viene poi impiegata per la polarizzazione dei due stadi precedenti. Interessante notare come l’AGC intervenga sul primo stadio solo in onde medie, mentre nelle due bande ad onde corte la polarizzazione sia fissa (e per massimo guadagno). Tornando al nostro segnale, dopo la rivelazione a diodo, passa per il potenziometro del volume ed entra nella griglia della 6B8G per una prima amplificazione a basso livello. Lo stadio di potenza audio è realizzato con la celebre 6V6G, un tetrodo a fascio che ebbe un successo enorme e duraturo. La potenza d’uscita si dovrebbe aggirare sui 3-4W in “pura classe A”. Tutta l’elettronica è alimentata tramite una valvola raddrizzatrice a doppia semionda, il doppio diodo 5Y3G.
Nella tabella che segue, sono riportate le piedinature dei tubi elettronici impiegati nel ricevitore.
6A8 | 6K7 | 6B8 | 6V6 | 5Y3 |
Smontaggio
Il primo passo è smontare la radio. Questo permetterà di accedere a tutte le parti e di ispezionarle attentamente.
Ecco alcuni suggerimenti per lo smontaggio:
Prendere nota di come le parti sono connesse tra loro: questo aiuterà a rimontarle correttamente. Oggi poi si possono fare fotografie a piacere senza costi tramite macchine fotografiche digitali e smartphones e queste possono tornare molto comode in caso di dubbi nella fase di rimontaggio.
Conviene conservare le viti e le altre parti in un luogo sicuro, magari divise per impiego in alcuni contenitori distinti. Altra tecnica da tenere in considerazione è rimontare viti e dadi ed altri elementi di accoppiamento al loro posto (quando possibile) dopo aver separato le parti.
Pulizia
Una volta smontata la radio, è necessario pulirla accuratamente.
Questo rimuoverà lo sporco, la polvere e la ruggine che potrebbero causare problemi di funzionamento. La pulizia poi permette anche di valutare correttamente sia lo stato del mobile sia quello delle parti elettroniche.
Ecco alcuni suggerimenti per la pulizia:
Un soffio di aria compressa, gentile, può rimuovere bene la polvere più grossa, le eventuali ragnatele o altro sporco
Usare poi un panno morbido e asciutto per pulire le superfici esterne.
Usare un pennello morbido per pulire le fessure e gli angoli.
Usare un detergente delicato per pulire le parti interne.
Trattamento del mobile
Le radio d’epoca avevano il mobile in
legno, spesso impiallacciato, costruito cioè con un legno “economico” e poi rivestito di un sottile foglio di legno pregiato per nobilitarne l’aspetto. Se il radioricevitore è stato a lungo abbandonato in cantine e soffitte, è purtroppo molto probabile che sia stato attaccato da funghi, tarli e muffe. In questo caso occorre procedere ad un trattamento di bonifica dai vari parassiti, impiegando gli specifici prodotti oggi sul mercato. Leggerne sempre attentamente le istruzioni d’uso e prestare attenzione dato che sono in genere velenosi o tossici anche per l’uomo. Per questo motivo è consigliabile operare in un luogo ben ventilato e precluso ad animali e bambini.
Bonificato dai parassiti il mobile, occorrerà valutarne il suo stato strutturale. Se non ci sono grossi danni si può procedere con piccole riparazioni con pasta di legno o cera, cercando per quanto possibile di avvicinarsi al colore della parte da ricostruire. Se il danno invece è più importante (come nel mio caso) si può arrivare alla necessità di ricostruire intere parti. Per questo ho sempre trovato conveniente per la sua facilità di lavorazione, impiegare del compensato di adeguato spessore, da colorare al termine. In tutti i casi, la precedenza al “salvataggio” va data alle parti esterne, quelle in vista, fino al limite di mantenere solo l’impiallacciatura e ricostruire lo “scheletro” sottostante. Come adesivi possiamo a seconda delle situazioni scegliere fra quattro famiglie principali:
vinilici: (i.e. Vinavil™) ve ne sono anche a presa abbastanza rapida, ottimi su legni porosi e non soggetti a degradarsi (anche cromaticamente) con l’umidità.
cianoacrilici: (i.e. Attack™)in genere molto rapidi, possono essere impiegati ad esempio per “puntare” rapidamente parti. Una volta polimerizzati diventano molto duri e quindi difficili da lavorare e non adatti dove il giunto sia sottoposto ad esempio a flessioni. Un impiego interessante è mescolarli con polvere di legno per stuccare o ricostruire piccole parti.
policloroprenici: (i.e. Bostick™, UHU™, Artiglio™, etc.) sono una buona soluzione per tanti problemi. Nel maneggiarli e nella posa, occorre prestare attenzione che non cadano su parti “nobili” in quanto i loro solventi potrebbero rovinarle. Idonei anche per far aderire parti soggette a flessione e per incollaggi misti legno-tela.
poliuretanici: relativamente poco diffusi nel mercato hobbistico offrono invece qualità interessanti. Producono un giunto solido, resistente anche all’umidità e sono lavorabili una volta polimerizzati.
Quale che sia la scelta di adesivo è sempre bene procedere con calma, senza abbreviare i tempi di adesione e carico. Questa accortezza produrrà giunti solidi ed affidabili per le lavorazioni successive.
Una volta ricostruite e ricongiunte le parti ammalorate dal tempo, si può passare alla loro eventuale stuccatura scegliendo ad esempio fra queste famiglie di prodotti:
stucchi a base acquosa: si lavorano molto bene, sono pastosi, asciugano lentamente e sono facili da carteggiare. Una volta posati hanno durezze basse, il che può essere un vantaggio quando si passa alla finitura per non rovinare le parti adiacenti.
stucchi a base sintetica: possono essere sia mono sia bicomponente. In genere richiedono una posa più veloce dei precedenti e raggiungono, una volta asciugati, durezze elevate. Possono essere carteggiati anche con carte molto fini e danno una buona consistenza strutturale.
pasta di legno: il punto di forza a mio vedere di questi prodotti è la maggiore “naturalezza” del materiale, sono quindi suggeriti nei punti più visibili del mobile.
bastoncini di cera: ottimi per riparare graffi profondi o occasionali fori di tarlo. Molto facili da applicare hanno però il limite di rimanere relativamente morbidi e di essere molto sensibili al calore. Da usare quindi per piccole riparazioni nelle zone non esposte al calore diretto di valvole e trasformatori.
Quale che sia il materiale impiegato, oggi rispetto ad un tempo, vi è il grande vantaggio di poter reperire facilmente prodotti in una vasta gamma di tonalità di colore.
Per lavorare meglio è bene staccare eventuali marchi o loghi applicati sull’apparecchio. Un buon bagno in vasca ultrasuoni con un detergente delicato può spesso riportarli al loro splendore originale. Se fortemente danneggiati si può anche pensare a ripristinare la loro finitura superficiale tramite spray o processi elettrochimici.
La finitura finale del mobile dipende sia dal suo stato sia dal trattamento originale. In molti casi alcune mani di cera possono essere un toccasana, ma anche finiture a gommalacca o vernice trasparenti (flatting) possono produrre risultati apprezzabili ed in linea con lo spirito del ricevitore.
